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Carlo III di Borbone Rotondella e il Regno di Napoli.

Carlo III di Borbone

Le tradizioni locali, gli studi storici e le varie ricerche sul terreno documentano un ricco complesso di notizie, dal quale risulta evidente che l'odierno Comune di Rotondella si è sviluppato nel tempo secondo scelte precise, motivate dalla felice posizione dell'altura e dei terreni sottostanti dislocati in prossimità del tratto terminale del Fiume Sinni e della linea di costa. I ritrovamenti archeologici attestano che tutto il territorio fin dall'antichità è stato interessato da una notevole frequentazione umana ed abitato per lo meno dalla Media Età del Bronzo (1500 a.C. ca.).

Tutte le preesistenze archeologiche concorrono a dimostrare che il territorio dell'odierna Rotondella fu frequentato ed abitato fin dalla più remota antichità, proprio a causa della sua felice posizione geografica, che lo inseriva nella zona di confluenza fra la litoranea, i percorsi che scendevano da retroterra ed i punti di approdo sul mare, naturalmente utilizzando come agente veicolante di penetrazione il percorso dei corsi d'acqua, in primis il Fiume Sinni. Quasi certamente a motivo della sua posizione privilegiata che domina la vallata del Sinni dall'alto delle propaggini del Timpone del Caprio (576 m) e permette di spaziare con lo sguardo fino al mare, e forse anche a causa della forma circolare del primo insediamento, Rotondella era denominata in antico con il toponimo di Rotunda Maris.

 Ancora oggi il paese si presenta visivamente come una vera rotonda, poiché l'assetto urbanistico del centro abitato segue l'andamento rotondeggiante del colle secondo le curve di livello, disegnando la viabilità in forma di una spirale che partendo dalla cima si snoda lungo le pendici. Ma, per quanto la regione fosse variamente abitata già dai tempi più antichi, la documentazione conservata e l'assenza di tradizioni leggendarie di notevole vetustà attestano senza dubbio che fino al Cinquecento il luogo dove sorge il paese dovette essere relativamente poco popolato, adempiendo unicamente alla funzione di centro di vedetta per la difesa del territorio circostante, proprio a motivo dell'alta e felice posizione panoramica. Nella citata documentazione archivistica, il nome Rotunda Maris compare già nel registro dei Baroni compilato fra il 1154 e il 1168.

Nel vicino feudo di Trisaia la sicura presenza dei monaci basiliani era attestata dalle Chiese di S. Pietro, S. Andrea Apostolo e S. Maria delle Lauree. In un documento del 1193 sono citate le Chiese di S. Andrea Apostolo e S.Sophia. Nel 1197 vennero donati al Monastero di S. Elia la Chiesa di S. Andrea Apostolo e ed i diritti di pascolo, di legnatico e di uso delle acque nel territorio di Rotunda Maris.

Nel 1221, durante una sua visita nelle regioni meridionali, l'Imperatore Federico II incontrò anche Roberto, Vescovo di Anglona e Palumbo, Abate del Monastero Cisterciense di S. Maria del Sagittario, e gli riconobbe beni e privilegi in Rotunda Maris e Trisaia. Nel 1231, Federico II riconobbe alla Chiesa Cattedrale di Anglona il possesso del Monastero di S. Maria del Lauro "sita in tenimento Rotundae Maris". Dieci anni più tardi, invece, in un diploma datato 14 febbraio 1241, l'Imperatore chiudeva definitivamente la questione decretando che la Chiesa di S. Maria del Lauro, sempre definita come "sita in Tenimento Rotundae Maris", rientrava nei possedimenti del Monastero del Sagittario e veniva citato anche un presbitero di nome "Ricardus de Rotundis, Anglonensis canonicus", evidentemente nativo dell'antica Rotondella.

Durante il periodo angioino (1266-1442), dal susseguirsi dei passaggi di proprietà e le conseguenti nuove tassazioni - nei resoconti delle quali si risale all'entità dei nuclei familiari (detti "fuochi") -, si rileva in questo e negli altri feudi della Basilicata un graduale abbandono di ampi territori. Nel 1269, Rotunda Maris ed Intrisagia (Trisaia) fu tra i feudi concessi a Riccardo di Chiaromonte, il quale dai contratti di fitto e dalle modeste attività agricole dei coloni ritraeva un profitto di relativa entità. Lo stesso Riccardo, più tardi, assegnò a Raone Grifo ed a Rogerello di Manerio il Feudo di Intrisagia.

 Carlo I d'Angiò

Nel 1280, il Re Carlo d'Angiò impose un tributo per l'ampliamento del Castello di Melfi: maggiore per l'Oppidum Rotunda Maris e molto inferiore per Trisaia. Nel 1282, assieme agli abitanti di altri centri abitati, quelli di Rotunda Maris e di Trisaia risultavano tenuti a contribuire al mantenimento del Castello di Policoro. Nel 1291, in un diploma di Roberto Cistercense, Vescovo di Anglona, a favore della Chiesa Cattedrale di quella città, viene citata la "Ecclesia Sanctae Mariae de Lauro, sita in Tenimento Rotunda Maris".

Il centro di Rotunda Maris compare nei Cedolari delle tasse angioine del 1276-77, 1306 e 1320, ma non più in quelli datati 1415. Dal confronto con altri siti citati in quella documentazione, nel Trecento il numero degli abitanti del territorio di Rotunda Maris doveva essere sufficientemente rilevante.

Quasi certamente, il vero e proprio nucleo del preesistente villaggio perì nel periodo intercorso fra gli ultimi due rilevamenti a causa della crisi economica e demografica, della peste del 1348 e delle non facili condizioni che la vita imponeva a chi si ostinasse ad abitare una zona collinare assolutamente priva di acque sorgive. Nel 1369, Anglona venne distrutta da un incendio appiccato da soldatesche e Venceslao Sanseverino, Conte di Tricarico e Chiaromonte, riconfermò al Monastero del Sagittario gli antichi beni e privilegi in Rotunda Maris e Trisaia.

S. Maria di Anglona
 


La Lucania. Prima Parte.
La Lucania, essendo stata fin dai secoli piu remoti terra di incrocio di popoli, è fortemente segnata dalle vestigia delle antiche civiltà e dalle preziose testimonianze storiche che seppure la hanno vista come protagonista marginale rispetto ai grandi eventi storici nazionali, hanno avuto sul territorio e sulla popolazione una influenza notevolissima.

I primi segni di frequentazione umana rinvenuti in Basilicata si fanno risalire al Paleolitico inferiore, periodo in cui i territori in prossimità dei fiumi e dei bacini lacustri costituivano l'habitat ideale per l'Homo Erectus e le sue attività vitali di caccia e raccolta. Le testimonianze migliori di questa prima fase di civiltà sono emerse a Venosa dove nei pressi di antichi specchi d'acqua sono stati ritrovati anche i resti di specie faunistiche oggi estinte, come l'elefante e il rinoceronte, e sopravvivenze di lontanissime specie terziarie come il machairodus o tigre dai denti a sciabola. Ma sono le pietre millenarie a trasmetterci tenaci frammenti di vita preistorica, gli utensili per la lavorazione, come la Punta Musteriana ritrovata a Pane e Vino, fra Tursi e Policoro, oppure i ciottoli decorati con incisioni geometriche, segni di una scrittura embrionale a noi sconosciuta ed indecifrabile, rinvenuti nella grotta dei Pipistrelli ed in quella Funeraria di Matera.

Tra il 25.000 ed il 15.000 a.C. nei lunghi e glaciali inverni del continente europeo, le caverne costituivano il miglior rifugio dell'uomo; proprio sulle pareti di quei remoti anfratti sono state ritrovate le prime raffigurazioni del mondo preistorico, i segni incisi o dipinti, di gruppi di cacciatori-raccoglitori, che rappresentavano animali o figure astratte, disegni-messaggio misteriosi e straordinariamente vivaci. In Basilicata sono emersi diversi rifugi preistorici: le grotte di Latronico e di Pietra della Mola a Croccia Cognato (Accettura) e il riparo di Tuppo dei Sassi presso Filiano dove è venuto alla luce un prezioso esempio di pittura rupestre del primo periodo postglaciale o Mesolitico. Con la fine della glaciazione del Würm, riferibile a circa 12.000 anni or sono, l'Europa e soprattutto i paesi del Mediterraneo, conobbero una fase di clima temperato che determinò profondi cambiamenti nell'ecosistema: i grandi mammiferi si portarono a quote più alte e l'economia degli uomini si orientò prevalentemente verso la raccolta di molluschi marini e terrestri, avviando quel processo di trasformazione che caratterizzerà poi l'economia produttiva del Neolitico, ovvero la fine del nomadismo e l'inizio della stanzialità legata ai raccolti.

Durante il Neolitico, in condizioni climatiche molto simili a quelle attuali, fra il 7.000 ed il 5.000 a.C., gli uomini da cacciatori divennero allevatori, scoprendo l'agricoltura. A questa svolta epocale dell'umanità seguirono importanti innovazioni tecnologiche che facilitarono lo sviluppo di una nuova economia produttiva basata sulla fabbricazione della ceramica per la conservazione dei prodotti, la tessitura, la navigazione. Questo profondo cambiamento, conosciuto come la "rivoluzione neolitica" si identifica storicamente con la diffusione, avvenuta verso Occidente, di impulsi di civiltà maturati tra la Palestina e l'altopiano iraniano e giunti a noi attraverso il Mediterraneo.

Nel V millennio a.C. la cultura neolitica cominciò ad irradiarsi lungo i corsi dei fiumi raggiungendo anche le aree interne: i gruppi e le tribù non vivevano più nelle grotte ma in villagi di capanne disposte circolarmente, provviste di fossati difensivi, porte e palizzate. Tali evoluzioni sono state ben studiate nell'area di Tolve, Tricarico, Latronico, Alianello, Melfi, Metaponto e nella Murgia Materana, cogliendo anche informazioni di rilievo sia sull'habitat che sull'economia dell' Homo Sapiens Sapiens, basata sulla cerealicoltura e l'allevamento bovino e caprino. Dopo una fase climatica di tipo arido, che aveva impoverito i suoli e le coltivazioni, provocando un diradamento dei centri abitati, segue, a partire dal 1700 a.C., un rifiorire di insediamenti stanziali in aree in precedenza spopolate.

Dediti all'agricoltura ed alla pastorizia, gli uomini dell'Età del Bronzo lavorano la ceramica ed i metalli, fabbricano utensili ed armi, intrattengono rapporti via terra e via mare. Attraverso la transumanza, in questa fase, si consolida la cosiddetta "cultura appenninica"; contemporaneamente, attraverso i corsi dei fiumi e le coste, si infittisce l'influenza micenea. E non distante dalle spiagge dello Ionio, a Pane e Vino, fra Tursi e Policoro, è stato scoperto uno dei primissimi documenti delle relazioni commerciali fra la Basilicata ed il mondo del Mediterraneo orientale: la tomba di un capo tribù coperta da lastroni di pietra e contenente uno scettro di comando, vasi con incisioni geometriche e una collanina in pasta vitrea, esemplare noto della produzione assiro-fenicia collegata al mondo miceneo.

Alle necropoli, ritrovate in gran numero in Basilicata, sono in prevalenza dovute le informazioni dell'archeologia storica che, attraverso le diverse ritualità della sepoltura, ha potuto riconoscere connotazioni etniche e stabilire cronologie. Seppure maggiormente diffusa l'inumazione e la sepoltura in fosse terragne, con il corpo rannicchiato o supino, è sul finire dell'Età del Bronzo che compaiono le prime urne cinerarie, trovate in gran numero sulla collina di Timmari. Farebbe capo all'area della murgia materana, del resto, una delle più antiche produzioni di urne cinerarie in serie, diffuse fino al Vallo del Diano, dove gruppi di inceneratori pare intrattenessero rapporti con la Lucania interna già prima del IX sec. a.C.
In questo periodo, che coincide con l'inizio dell'Età del Ferro, si infittiscono gli spostamenti ed i commerci via mare dei popoli evoluti del bacino del Mediterraneo; gli etruschi incominciavano a navigare verso il Tirreno meridionale, diffondendo quel peculiare stile ceramico geometrico, ed i fenici instauravano le prime colonie nel Mediterraneo occidentale. Ed è proprio fra il IX e l'VIII sec. a.C. che gli archeologi hanno individuato una certa continuità nella cultura materiale di una vasta area della Basilicata (dalle foci del Bradano e del Basento fino all'Ofanto) unità comunemente definita

Le comunità indigene della prima Età del Ferro erano organizzate in grossi villagi ubicati sugli altopiani, ai margini delle grandi pianure e dei corsi d'acqua, in luoghi consoni alla pastorizia ed all'agricoltura. Agglomerati chiave di questa fase sono considerati S. Maria di Anglona, situata sul displuvio delle fertili valli dell'Agri e del Sinni, Siris ed Incoronata-S.Teodoro, disposti sulla costa Ionica; ed è proprio qui, sulla collina dell'Incoronata e su quella del Castello di Policoro che, sul finire dell'VIII sec. a.C., si registra la presenza dei primi coloni greci, provenienti dalla Grecia insulare e dall'Asia Minore, spintisi al di qua del Mediterraneo alla ricerca di terre fertili da coltivare.

La colonizzazione di Siris, situata presso la riva del fiume omonimo oggi detto Sinni, avvenne sul finire dell'VIII sec. a.C. ad opera dei Colofoni, una colonia greca fuggita in Occidente per scampare alla dominazione Lidia. La fondazione di Metaponto, avvenuta nel 630 a.C. circa da parte degli Achei, porterà ad un primo frazionamento nell'area della costa ionica; e saranno due modelli coloniali sostanzialmente diversi a fronteggiarsi, quello acheo (Sibari, Metaponto) basato sulla centralità della terra e dello spazio agrario, delle cui conseguenze tratteremo più avanti, e quello sirita meno accentratore e maggiormente permeato dalle preesistenze indigene, anche nella metodologia di sfruttamento della terra.

Nel corso del VI. sec. a.C. ognuna delle due città era ormai padrona di un territorio molto vasto (chorà) al punto che l'influenza di Metaponto era ormai estesa fino a Pisticci e Montescaglioso e, quella di Siris, fino a S. Maria D'Anglona e Montalbano, la cosiddetta Siritide. L'arrivo dei coloni greci, che fu dapprima sporadico e poi massiccio, comportò numerose conseguenze e alterazioni dell'ambiente fisico dell'area costiera ionica e delle aree interne, raggiunte mediante le valli fluviali. Ed è proprio all'insistente ricerca di nuovi terreni da coltivare (prevalentemente per cereali ed ulivi) che si attribuisce il forte disboscamento e la conseguente erosione dei versanti argillosi perdurata fino agli inizi del III sec. a.C. ed alla quale si possono far risalire quelle forme calanchive che tutt'oggi caratterizzano il paesaggio dell'area orientale della Basilicata.

Ma, al dil à di queste tragiche conseguenze dovute alla forte pressione antropica, è indubitabile che le spinte culturali provenienti dal mondo greco determinarono una importante svolta di civiltà in Basilicata, trasformandone la cultura e la geografia interna.

Negli anni 1406 e 1412 il Monastero del Sagittario ebbe nuovamente confermati i propri possedimenti, compresa Rotunda Maris. Nella prima metà del Quattrocento, la Difesa di Rotunda Maris rientrava nei possedimenti della Famiglia Del Balzo-Orsini: ma, secondo alcuni, già nel 1431 la Regina Giovanna II la fece restituire alla Famiglia Sanseverino. L'abbandono proseguì nel periodo aragonese (1442-1504): durante il quale, nella numerazione focatica del 1443, non si ha menzione del borgo di Rotunda Maris, Intrisaglia (Trisaia) e di altri centri minori ubicati nella Valle del Sinni. In quel periodo, - mentre nel dialetto corrente era detto Ritunna e Ritunnari i suoi abitanti, - il centro abitato era già citato nei documenti ufficiali con l'appellativo di Rotundula, piccola Rotunda (dal quale derivò il moderno Rotondella), per distinguerlo da un altro più grande dall'omonimo nome.

Nel 1463, il Feudo di Rotundellae fu concesso da Ferdinando I d'Aragona a Giovanna Sanseverino e ai suoi discendenti: e loro riconfermato con un atto datato 6 gennaio 1475, nel quale il feudo è citato come "disabitato". Così che, all'inizio del Cinquecento, degli antichi abitati di Rotunda Maris e Trisaia non rimaneva poco più che il nome. A quel tempo la Difesa di Rotondella era in possesso del Conte Antonio De Guevara di Potenza, che ne subiva la relativa tassazione. Circa l'anno 1506, Roberto Sanseverino fu reintegrato nel possesso di tutte le sue terre e quindi riottenne anche la proprietà dei feudi di "Trisaya, Caramola e Rotunna". Poco più tardi, per volere del Principe di Salerno, Ferrante Sanseverino, a difesa dell'ampio territorio si costruì sulla collina un edificio fortificato, un castrum o fortellitium, come viene denominato nelle prime carte fiscali. (Di questo fortificazione oggi rimane solo la cosiddetta torre del carcere, in quanto il resto dell'originaria costruzione è stato col tempo abbattuto e ricostruito nuovamente nei primi anni del Novecento.) Infatti, anche in un atto pubblico datato 21 marzo 1515 riguardante l'istituzione di un sistema fortificato nel territorio di Bollita (odierna Nuova Siri), Rotunda è citata espressamente come una Difesa.

La storia della effettiva riedificazione di Rotunda Maris vede il suo inizio ufficiale nel 1518, come testimoniano un documento di don Francesco Antonio Stigliano ed il libro Della Calabria illustrata del monaco Fiore. E' interessante notare che mentre il Barrio usa l'appellativo di Rotundula vicus, quasi a sottolineare la nuova pacifica identità urbanistica (De antiquitate et situ Calabriae, V, 1a ed. 1571), più tardi Marcantonio Morra cita il paese ancora come Castrum Rotundellae, quindi essenzialmente come luogo fortificato o castello (Familiae nobilissimae de Morra historia, ed. 1629), benchè a quel tempo l'economia locale fosse basata essenzialmente sull'attività della pastorizia, legata al movimento annuale della transumanza.

I censimenti fuocatici conosciuti nei quali è presente Rotondella ricominciarono nel 1524 (dove è citata come "Rotunda noviter reperta"), per proseguire nel 1532, 1536, 1545, 1561, 1595, 1648, 1669, 1732. Nel 1538 Rotunda - costituita dal castrum e da un nucleo di case - fu venduta per cinquemila ducati al nobile napoletano Astorgio Agnese, il quale si adoperò subito a promuovere la sua crescita favorendo attorno a questo fortilizio l'insediamento di altri abitanti, attirati dalla speranza di una vita migliore mediante le concessioni per ottenere del terreno godendo di facilitazioni, per costruire o estrarre materiale, e di anticipi sulle sementi.

Il nuovo paese, costituito dal palazzo baronale edificato probabilmente fra il 1510 e il 1520 sul castrum (dove oggi ha sede la Banca Popolare del Materano) e da un insieme di casette vicino alla piccola Chiesa della Concezione e lungo la Via Umberto e la Via della Concezione, crebbe tanto da suscitare l'interesse del fisco. Poiché, però, risultò evidente che non era applicabile la legge secondo la quale si doveva domandare la regia autorizzazione per popolare feudi disabitati, la Famiglia Agnese potè conservare legittimamente la terra, che però dovette essere sottoposta al conteggio dei focolari e alla relativa tassazione. Anche i due feudi rustici di Caramola e di Trisaia dipendenti da Rotondella, poi riuniti in un unico feudo, ricominciano ad essere abitati: il villaggio di S. Lucia sorse sulle rovine di Trisaia, quello di S. Laura sorse sulle rovine del vecchio monastero basiliano e la Masseria di S. Sofia si installò attorno all'antica omonima Cappella.

Nel 1555, il feudo di Trisaia e Caramola fu concesso come Difesa da Filippo II ad Andrea Doria, dopo essere stato sequestrato a Ferrante Sanseverino. Nel 1572, il Principe Doria lo vendette ad un certo Gaelazzo Pinelli, ma fu poi riacquistato ad un'asta fiscale da Donna Zenobia Doria. Intanto, nel 1556 o 1558, Rotondella aveva anche subito per dieci giorni l'assedio dei Turchi, fino a quando non fu liberata dall'intervento delle galere veneziane. Nonostante le rinnovate condizioni di vita, ancora nel 1568 comunque nella regione non si registravano veri e propri centri abitati, ma piuttosto insediamenti fortificati più o meno consistenti.

Tra la fine del Cinquecento e l'inizio del Seicento il numero degli abitanti di Rotondella finalmente diventò soddisfacente. Per questo motivo, nel 1580 venne innalzata la nuova Chiesa Parrocchiale di S. Maria delle Grazie (allora di dimensioni ridotte rispetto alla forma attuale), che fu aperta al culto nel 1587. E' significativo per la storia degli insediamenti del territorio che, in un istrumento datato 28 settembre 1581, sia notato che la grancia (grande masseria) di Santa Sofia nel territorio di Rotondella versava una piccola rendita al Monastero di Carbone. Il paese era infatti cresciuto, nonostante la grave crisi agraria che aveva colpito il Regno di Napoli dal 1590 in poi; ciò lo si può evincere dalle stime ufficiali dei fuochi, che risultano però sempre sottostimate a causa della scarsa estensione del territorio di Rotondella.

Verso la fine del secolo, i Turchi invasero nuovamente la regione, compresa Rotondella, e portarono via circa duecento prigionieri dei quali non si ebbero più notizie. L'Università (o "Comune") di Rotondella nacque nel 1604 e giuridicamente diventò proprietaria dell'area dell'antica Difesa, benché i Baroni Agnese potessero continuare ad esigere dei crediti su tale loro vecchio possedimento.

Un cospicuo incremento della popolazione avvenne ai primi del Seicento, quando gli abitanti di Bollita si trasferiscono in massa a Rotondella dove non vi era più malaria, e continuò nonostante i periodi di crisi del 1635-41 e del 1657-58. Intanto, benché stesse diventando fonte di non pochi redditi, nel 1628 Astorgio Agnese vendette il territorio di Rotondella ad Eligio Carafa. Al 1642 risale l'inizio della costruzione del Casale di S. Maria del Lauro, che sembra in origine essere stata destinata alle persone di origine albanese: fino a quando, col crescere della popolazione, negli abitanti di Rotondella non crebbe il bisogno di terre da coltivare, soprattutto a cotone. Appare invece improbabile il trasferimento altrove di quanti abitavano il Casale - più tardi comunemente chiamato S. Laura a Rotondella -, che venne infatti abbandonato perché la popolazione albanese aveva trovato grandi difficoltà ad ambientarsi in quei luoghi dove la gente si mostrava ostile e la malaria dai luoghi più bassi tendeva a risalire verso il Casale.

Per mantenere un voto, un altro Astorgio Agnese - persona di insigne pietà che contribuì a fondare il Monte della Misericordia di Napoli, soccorse le popolazioni delle due Calabrie in occasione del terremoto del 1638 e si adoperò affinché a Napoli fosse istituito il Ritiro di S. Nicola per le fanciulle indigenti - a Rotondella, sul luogo di una preesistente Cappella di S. Carlo, fece erigere il Monastero francescano dedicato a S. Antonio da Padova: la cui costruzione, iniziata nel 1650, terminò nel 1661. E' sua opera l'attuale Palazzo Rondinelli con ingresso da Via Roma, sul cui portale ancora oggi è lo stemma della Famiglia Agnese, del tutto simile a quello presente nella chiesa del Convento dove è riportato insieme allo stemma della Famiglia Piscitelli, alla quale apparteneva la moglie Claudia. Astorgio e Claudia, però, dimorando stabilmente a Napoli, abitarono poco il palazzo che avevano fatto costruire in Rotondella, pur adoperandosi molto in attività civili e religiose a favore del paese.

Nel 1661 o 1663 Giovambattista Carafa, Duca di Jerzi, vende il Feudo di Rotondella (ricevuto in eredità dal padre nel 1638) al Barone Don Girolamo Calà dei Lanzina y Ulloa, che si costruì una specie di stato unendo i feudi di Favara, Nocara e Roseto e mantenne un atteggiamento oppressivo riguardo tutti i suoi possedimenti: tanto da far ipotizzare che, nella seconda metà del Seicento, molti cittadini abbandonassero Nocata e Bollita per sfuggire alla sua tirannia che li aveva privati di privilegi precedentemente avuti in concessione. Questa proprietà fu riconfermata con atto del 22 febbraio 1680. Il centro amministrativo del piccolo stato del Calà era Rotondella, i cui abitanti, forti dell'orgoglio di questo primato, tollerarono con maggior pazienza l'aggressione: anche per il bene che ne veniva, non tanto alla massa del popolo, quanto ai pochi elementi intraprendenti più o meno agiati. Anche ai rotondellesi, però, furono imposte le norme dell'oltreuso e l'extraterritorio, che imponeva una doppia prestazione: il colono spendeva la fatica sua e dei suoi familiari per avere il profitto solo di metà del terraggio, sul quale poi pesava anche ciò che doveva pagare per il pascolo dei buoi aratori.

Già dalla prima metà del Seicento, per volontà dei Doria, nuove attività erano state intraprese da coloro che abitavano il Casale di S. Laura, ai quali andava il merito di aver dissodato i terreni limitrofi e di aver messo a colture le terre. Dal 1680 la popolazione cominciò a crescere in numero considerevole e l'aumento è documentato dal numero dei battesimi: si passa dai 32,5 del periodo 1680-85 ai 49 del 1705-14, ai 53,3 del 1715-24, ai 78 del 1725-29, fino ai 97,4 del 1728-48. Al crescere della popolazione si accompagnò l'ampliarsi dei confini del paese: "se da un lato non va oltre S. Rocco, dall'altro, sulla via del Sannale, si avvia a raggiungere il Convento e la contrada detta Ciascone (non Piscone) e, verso il basso, il Purgatorio" (Montesano 1997, p. 82).

Comunque, ormai il territorio di Rotondella non bastava più ad una popolazione il cui mezzo di sostentamento erano l'agricoltura ed una piccola industria familiare del cotone: si cercò, per questo, di seminare al di fuori del proprio territorio e si "conquistarono" terre in Trisaia, Policoro e Bollita, alle cui fonti si poteva anche attingere acqua. Rotondella è infatti priva di acque sorgive. L'unico pozzo, ai piedi della collina, è quello di Mercurio, che offriva acqua buona soltanto in alcuni periodi dell'anno. Sul finire del secolo, la Baronessa di Santa Laura (appartenente alla Famiglia Doria), considerato il promettente florido sviluppo delle terre di Trisaia e Caramola, pensò di formare ivi un nuovo centro abitato ("Casalnuovo" o "Casale Nuovo") facendo scendere a valle gli abitanti di Rotondella. Ma, gli stessi abitanti di Trisaia preferirono salire a Rotondella e l'iniziativa non andò a buon fine.

Anche nel Settecento sul territorio prevalse l'attività agricola, derivata dal possesso della terra, presenza stanziale compresa. Ne conseguirono la privatizzazione delle terre e la nascita delle aziende agricolo-borghese e contadine: fenomeni che porteranno, nella seconda metà del secolo, alla lotta per il potere locale cittadino.



Stemma - Famiglia Sanseverino

La Famiglia Sanseverino. I Sanseverino sono una delle più illustri casate storiche italiane, la prima delle sette grandi Case del Regno di Napoli, che arrivò a dominare su più di 300 feudi, 40 contee, 9 marchesati, 12 ducati e 10 principati distribuiti soprattutto tra Calabria, Campania, Lucania e Puglia. Fra i suoi membri si annoverano cardinali, viceré, marescialli e condottieri.

La casata fu fondata dal normanno Turgisio, che ebbe in dono da Roberto il Guiscardo la contea di Rota (l'odierna Mercato San Severino), posta in una posizione strategica che poneva in comunicazione il Principato di Salerno con il Ducato di Napoli e di Benevento. Avendo questi stabilito la sua dimora nel Castello di Sanseverino che si trovava nei suoi nuovi possedimenti, ne assunse anche il nome.

Per la fedeltà al Papa ed al partito guelfo, la famiglia fu quasi distrutta prima dagli Svevi e poi dai Durazzo, ma riuscì sempre a sopravvivere ed a ritornare all'antico splendore. Nel XV secolo i Sanseverino si divisero nei due grandi rami di Salerno e di Bisignano.

Altri rami furono quelli dei Sanseverino conti di Lauria e duchi di Scalea, Sanseverino duchi di San Donato, Sanseverino conti di Tricarico, Sanseverino conti di Caiazzo e conti di Colorno, Sanseverino baroni di Càlvera, Sanseverino baroni di Marcellinara e molti altri rami minori.

Oggi di questa storica famiglia sopravvive solo il ramo di Marcellinara. Nel 1306 Tommaso Sanseverino, conte di Marsico, fondò la monumentale Certosa di Padula. I Sanseverino ebbero, nel Regno di Napoli, un trattamento semi-sovrano, sempre riconfermato da tutti i sovrani succedutesi su quel trono. Ne è palese dimostrazione l'eccezionale e unico privilegio concesso ai Sanseverino e confermato alla casata anche da Carlo V nel 1520, secondo il quale in mancanza dell'erede maschio i feudi non si dovevano mai disperdere per successione femminile, dovendo essi passare al parente maschio più vicino « in quantumcunque remotus etiam decimo et ulteriori gradu ex quacumque linea trasversali, adscendenti seu descendenti... Et inter ipsos de cognomine de Sancto Severino progenitura et gradus servatur... » Infatti quando nel 1606 Il principe di Bisignano Bernardino Sanseverino muore senza eredi (l'unico figlio premuore al padre), il feudo fu ereditato dalla nipote Giulia, solo in seguito a un lungo processo presso il tribunale Regio di Napoli. Alla morte di Giulia, fu ripristinato il Privilegio e Luigi Sanseverino conte di Saponara, cugino di sesto grado, viene riconosciuto erede.

Non fu così per la contea di Tricarico che per volontà sovrana fu messa all'asta, in tal modo sottrendo alla famiglia la principale fonte delle proprie entrate. La Contea di Tricarico, infatti, era il feudo principale di questo ramo familiare che forniva alla famiglia Sanseverino la più alta rendita, pari a quella regia della gabella della seta. Il titolo di conte di Tricarico fu acquisito da Ruggiero (o Ruggero) Sanseverino (+1189) a seguito del matrimonio con Rogazia, figlia di Gosfrido, indicato come "Tricarici comes" in un documento (donazione) del 1143, e di Adelaia. Il titolo di Principe di Bisignano fu infatti conferito a: Luca Sanseverino (1420 ca.-1470), sesto conte di Tricarico, primo principe di Bisignano, figlio di Antonio, conte di Tricarico, duca di S. Marco, guerriero di notevole valore che fu sostenitore e partigiano degli Aragonesi.

Girolamo Sanseverino (1448 - 1487), settimo conte di Tricarico e secondo principe di Bisignano, partecitò alla Congiura dei baroni e per questo venne rinchiuso nelle carceri di Castelnuovo a Napoli. A lui si deve la costruzione, nel feudo di Tricarico, del convento di S. Antonio di Padova per il quale, il 27 settembre 1479, ottenne da papa Sisto IV la facoltà di erigere il complesso religioso fuori dalle mura della città. Bernardino Sanseverino (1470 - 1517), ottavo conte di Tricarico, sposò Eleonora (o Dianora) Todeschini Piccolomini. Pietro Antonio Sanseverino (1508 - 1559), nono conte di Tricarico, sposò in terze nozze una principessa di origine albanese, Erina(o Irina) Castriota Scanderbeg, erede dell'eroe albanese Giorgio Castriota Scanderbeg, favorì lo stanziamento degli Albanesi nelle sue terre, accordando loro immunità e privilegi particolari, esenzioni tributarie, sfruttamento gratuito delle terre nelle quali si formarono in seguito i centri abitati nelle attuali località di Acquaformosa, Cavallerizzo, Cervicati, Cerzeto, Civita, Frascineto, Falconara,Firmo,Lungro, Mongrassano, Plataci, Porcile, San Basile, San Martino di Finita, Santa Caterina, San Giacomo, San Lorenzo, Serra di Leo, San Fili. fu assai fedele alla Spagna e ratificò i "Capitoli e Grazie" della città di Morano, che si conclusero con la seguente frase: "Datum in nostra terra Morani 1° mensis Augusti 1530, Ind. XIII". L’imperatore Carlo V visitò le sue terre dal 9 al 12 novembre 1535 e, a causa della fantastica accoglienza nella riserva di San Mauro di Corigliano, si dice che domandò con compiacimento al Sanseverino: "Ma voi siete il principe o il re di Bisignano?".

Pietrantonio Sanseverino venne insignito delle più alte onoreficenze spagnole, incluso il Toson d'Oro. Le sue spoglie furono tumulate dentro l’altare maggiore della chiesa di San Francesco di Paola, ma risultano oggi disperse in seguito ai molti terremoti. Nicolò Bernardino Sanseverino (1541 - 1606) nacque a Morano Calabro, dal principe Pietrantonio e da Erina Castriota Skanderbeg. In suo onore i giardini napoletani vennero chiamati "Orti Botanici" sanseverini; fu costretto all’esilio in Francia. Nel suo castello in Bisignano dimorò per lungo tempo San Francesco di Paola, e venne nominato Procuratore Generale dell’Ordine dei Minimi. Nel 1565 sposò Isabella della Rovere, principessa di Urbino, figlia del duca Guidobaldo II e di Vittoria Farnese, principessa di Parma e Piacenza, che era brutta e deforme e se ne separò appena avuto il figlio ed erede. Con la sua morte venne decretata la fine della contea di Tricarico poiché il feudo venne messo all'asta, declassato a baronia ed acquistato per 54.000 ducati, nel 1605, da Francesco Pignatelli e in seguito da un mercante genovese, Alessandro Ferrero per poi passare a suo figlio che tenne il feudo fino al 1631, anno nel quale fu acquistato, per 94.000 ducati, da Ippolito Revertèra, duca della Salandra che, nell'occasione, spostò la sua residenza da Miglionico a Tricarico. Carlo Antonio Sanseverino, Conte di Saponara tenne il governo dello "Stato Sanseverino" di Bisignano soltanto per pochi mesi. Luigi Sanseverino, fu il capostipite del secondo ramo dei principi di Bisignano. Fu il primo barone di Viggianello (PZ). Carlo Maria Sanseverino "juniore" stabilì la sua Corte in Altomonte e aprì l’industria delle Saline di Lungro (CS). Giuseppe Leopoldo Sanseverino fu amico e confidente del Beato Angelo d’Acri e padre della venerabile Mariangela del Crocifisso. Il cardinale Lucio Sanseverino, fu Arcivescovo di Rossano per oltre vent'anni, e Metropolita di Salerno, segnalandosi per la sua fede e per la sua dottrina definita: "ceterisque virtutibus maxime nobilis". Luigi III Sanseverino, asceta e laico, mise da parte la cura degli affari materiali. Tommaso Sanseverino, suo figlio, ereditò i feudi di Bisignano, Altomonte, Acri, Lungro, Santa Sofia d'Epiro, Luzzi, Rose, Sant'Agata d'Esaro, alcuni gli furono portati in dote dalla moglie Livia Firrao, ultima erede del Casato dei principi Firrao, definita dal Croce "di rispettabile condotta".
Nel 1735 Carlo III di Borbone visitò la Basilicata e, restando colpito dalle miserevoli condizioni delle popolazioni, dispose un'inchiesta per appurare le reali condizioni della regione. Anche gli Amministratori dell'Università di Rotondella inviarono coscienziosamente ente la loro relazione (datata 14 giugno 1735), il cui testo fortunatamente ci è pervenuto. Da essa risultano chiari i confini del territorio, le diverse giurisdizioni padronali e religiose e la fervente vita cristiana di una cittadinanza modesta se non povera. Gli abitanti di Rotondella erano contadini; i pochi a non esserlo erano quegli artigiani di alcuni dei quali è registrato l'arrivo in occasione di grandi lavori e la cui opera era comunque legata alle esigenze dell'agricoltura. Nel 1740 giunse a Rotondella il primo maestro di scuola e con lui ventisei ragazzi dai sette ai sedici anni impararono a leggere e scrivere.br>
Il primo dato certo riguardante l'accrescimento della popolazione di Rotondella è del 1745: 1910 anime. Può essere interessante esaminare il catasto onciario di quell'anno al fine di comprendere meglio la situazione esistente in base alle condizioni del capofamiglia (notai 1, dottori in legge 2, braccianti 48, massari 112, barbieri 3, carpentieri 1, solochianelli 1, terracciani 2, speziali 1, agrimensori 1, foresi 18, fabbricatori 2, imbriciai 1, scarpari 3, sarti 2, molinari 4). Pur costituendo i massari la maggioranza, anche le loro condizioni non erano fra le più agevoli. A Trisaia, mediante la compassatura, il perito del Duca di Tursi stabiliva quanto è dovuto al suo padrone in base al terreno da lavorare; anche le terre non lavorate erano del Duca, perché il pascolo veniva venduto ai proprietari degli armenti delle zone confinanti. Per l'esiguità del suo territorio e per l'assoluta mancanza di proprietà privata, poiché in origine era una difesa feudale e ciò che possiedevano i contadini era solo a titolo di concessione, Rotondella non aveva famiglie nobili. Gli Albisinni erano gli unici "nobili" di Rotondella: si consideravano tali per via del nome "Alba di Sinno", anche se in verità l'origine della parola sembra araba e non avrebbe nulla a che vedere con il fiume Sinno. Secondo il catasto, il capofamiglia Francesco Antonio risultava essere uno speziale e quindi tassato perché la sua attività era considerata manuale e non intellettuale (nel Regno di Napoli l'intelligenza era ritenuta un dono dello Spirito Santo e quindi, non tassabile). In quel periodo, l'abitazione maggiormente degna dell'uso che oggi si fa di tale nome era il Palazzo Orofino, costruito intorno al 1720 dalla Famiglia Rondinello. "Altre case di una certa importanza erano quelle degli Agresta all'Annunciata, quella dei Mele a S. Rocco e quella dei Laguardia a Cervaro le cui "lamie" (arcate) furono costruite in epoca successiva" (Montesano 1997, p. 99). Il resto erano costruzioni rustiche, malconce, mal edificate, senza intonaco e situate in posti scoscesi e pietrosi. La situazione delle abitazioni si doveva a regime di autoconsumo, dove tutto veniva prodotto in casa, tranne quelle pochissime cose alle quali pensavano gli artigiani.

La vita religiosa del paese era molto sentita e, dopo la Vergine Annunziata, il santo maggiormente venerato era S. Domenico, la cui festività sostituiva quella odierna di metà agosto. La Chiesa Madre di Rotondella era retta dall'Arciprete, che veniva eletto dall'Università fino al 1750 e godeva dello ius stolae, che gli procurava una rendita; anche la chiesa non possedeva beni patrimoniali, ma riceveva delle rendite.

Nel Settecento la posizione dei Baroni era di grave assenteismo nei confronti del Feudo, che affittavano a persone in genere con pochi scrupoli; queste ultime, infatti, erano interessate solo a trarre il maggior vantaggio dall'attività anche introducendo nuove tassazioni e facendo amministrare la giustizia in modo tirannico dai governatori, con predazioni di animali o con indebite carcerazioni e violenze. Questi fatti, che colpirono Rotondella in modo gravissimo soprattutto nel 1764, riguardarono un po' tutto il Regno di Napoli, che pure vide morire un terzo della sua popolazione. Se si considera il numero dei morti fra i Rotondellesi nel 1763 si vede che l'andamento della mortalità aumentò nei mesi in cui erano andate esaurite le povere scorte di ciascuna famiglia e quando gli organismi provati dalla malnutrizione non erano più in grado di reagire ai disagi ed alla malattia: in quell'anno, il primo morto per fame risale al 19 marzo. Si aggiunga poi che, nel Settecento, le cattive annate furono abbastanza frequenti e, come dice un proverbio rotondellese: "annate di piovine, annate di rovine". Inoltre, va considerato che per l'agricoltura della costa ionica il male più grosso era costituito dalla mancanza di commercio. L'aumento del prezzo del grano invertì questa tendenza, portando una certa prosperità, come ci dà testimonianza Vincenzo Cuoco ne Il viaggio in Molise: "E' incredibile la differenza che tutti notano tra il modo di abitare, di vestire, di alimentarsi prima del 1764 e quello di poi. Tutto annunzia un aumento rapidissimo di ricchezza universale: lo dimostra l'aumentato valore delle terre e il diminuito interesse del denaro. Ma quale è stata l'industria aumentata dopo il 1764. Quella dei grani". Nel 1770 la produzione riprese un ritmo più normale e la coltivazione del cotone diventò sufficientemente redditizia. Si spiega, allora, perché la maggior parte dei palazzi di Rotondella furono costruiti dopo quell'anno. Ad es., l'antico Palazzo Rondinello venne completamente ristrutturato, abbandonando l'entrata di Via Roma sul cui portale fu però lasciata l'insegna degli Agnese.

Nel 1772 venne ricostruito in forme migliori anche il Casale di S. Laura con la relativa chiesa. Ma, il prezzo da pagare in cambio di queste nuove attività fu alto: la distruzione dei boschi, la diminuzione dell'attività di pastorizia, la sofferenza della classe bracciantile che non vedeva i propri salari aumentare in proporzione col costo del grano. Questi disagi fecero sorgere le tensioni sociali e scatenarono le lotte che si verificheranno successivamente e la cui causa principale fu la cattiva tassazione: infatti, le imposte continuavano a gravare sui poveri, mentre i ricchi riuscivano a sfuggirle. Le lotte più dure a Rotondella si possono datare intorno agli anni 1780, periodo in cui si dovevano eleggere i nuovi amministratori dell'Università e si doveva rivedere il catasto. Ciò implicava la necessità di rinnovare le normative in modo tale che fosse difficile evadere le tasse anche da parte dei ricchi. E' utile specificare che il catasto onciario prescritto da Re Carlo III per tutte le Università, se per il Regno di Napoli in generale aveva fallito in buona parte il suo obiettivo, per Rotondella fu del tutto inutile: perché, non essendoci nel paese proprietari in quanto tutti erano coloni temporanei, non essendoci almeno all'inizio cittadini ricchi ed essendo il clero ugualmente povero, dovendosi la tassazione riferire all'utile degli animali fino al 1871 e ad altri redditi sempre aleatori, bisognava ogni anno rifare la stima di tutti i beni. E' alla fine del Settecento che alcuni cittadini più agiati iniziarono a correggere i libri delle chiese per mutare i loro cognomi, sostituendo la solita "o" con una "i" che suonava più fiorentina: così ingentiliti, il cognome "Rondinello" cambiò in "Rondinelli", "Amato" in "Amati", "Agresto" in "Agresti", "Albissino" in "Albissini", trasformando invece in "Alvisinno" l'originario cognome "Albissino" di omonimi più poveri. Nel periodo di passaggio fra il Settecento e l'Ottocento si assistette alla formazione di un nuovo ceto dirigente sulle rovine del vecchio regime feudale e alla creazione di nuovi interessi più legati al possesso della terra e al controllo del potere locale, per quanto povero; emerse, fra tutti, il gruppo dirigente degli Albisinni. Nonostante il popolo avesse sopportato gravi pesi, non era facile trovare chi fosse pronto ad affrontare la lotta contro i fratelli Albisinni e Nicola Rondinello, despoti del tempo. Il sostegno venne proprio da un appartenente alla stessa Casata Albisinni, don Francesco Antonio Tuccio, che, per avversione nei riguardi della famiglia, si pose alla guida della popolazione nella protesta e nella lotta. Nell'atto di battesimo di quest'uomo troviamo l'aggettivo celebris, che sta proprio ad indicare l'importanza di questo personaggio per la storia di Rotondella. Egli, appoggiato dalla quasi totalità del popolo nella sua azione per la formazione del nuovo catasto, tale da rendere più giustizia ai poveri e da adeguare la tassazione in modo proporzionale ai beni, convocò un pubblico parlamento e chiese ai cittadini se fossero intenzionati a riprendere la lite a beneficio dell'Università contro lo scandaloso dispotismo di chi imponeva il suo potere. Col Tuccio erano schierati quasi la totalità dei massari e la parte del popolo minuto che non era al servizio degli Albisinno e dei Rondinella che per gli abusi commessi contro l'Università furono denunciati a Napoli, presso il Re e la Gran Corte Criminale. Il giudizio, svoltosi a Napoli, fu lungo ed ebbe esisto sfavorevole per i denunciati: se il Rondinella riuscì a fuggire, l'Albisinni dovette subire una lunga prigionia a Napoli. Rimosso il Sindaco, fu eletto a tale carica Francesco Antonio Tuccio: era il 18 giugno 1781. Non molto tempo dopo, egli stesso pagò lo scotto del nuovo catasto: non solo i fratelli Albisinni e don Nicola Rondinello erano stati sottoposti a pagamenti rateali, ma lo venne lo stesso don Francesco Antonio perché, entrato in concorrenza con la famiglia, aveva cominciato a prendere in fitto i feudi e a trarre profitti oltre quelli riguardanti i buoi aratori.

Gli avvenimenti del 1799, con la istituzione della Repubblica Partonopea nella storia del Regno di Napoli, fecero sentire la loro influenza anche in Rotondella. Quando il Governo Repubblicano decretò l'amnistia, uscì dall'ergastolo di S. Stefano anche don Francesco Antonio Tucci, che vi era stato rinchiuso nel 1794 per sospetto di fabbricazione di monete false. Il 10 febbraio 1799 giunse a Rotondella Luigi Lomonaco, che aveva ricevuto l'incarico di organizzare la municipalità: ma, la popolazione non accolse favorevolmente la proposta di eleggere suo rappresentante Gaetano Manolio, nipote dei fratelli Albisinni, che minacciò di ricorrere al Direttorio di Napoli. La cittadinanza si strinse allora intorno a Francesco Antonio Tucci, che fu eletto Presidente della Municipalità insieme ai "municipalisti", insieme cioè a coloro che venivano eletti a cariche democratiche Tra questi figurava Giuseppe La Guardia, il primo ad imporsi della sua famiglia che sarà nell'Ottocento una di quelle protagoniste della storia di Rotondella. Lo stato di relativa agiatezza della famiglia lo si può dedurre dal fatto che la masseria La Guardia era stata la prima a sorgere nel Settecento.

Intanto, in Lombardia i Francesi subivano alcune gravi sconfitte ed il regime repubblicano ne riceveva un improvviso e grave peggioramento, tale da richiamare le truppe che si trovavano nel Meridione. Di conseguenza, a Rotondella la Repubblica fu perciò abbandonata alla sua sorte. Il regime repubblicano durò in Rotondella dal 10 febbraio al 28 marzo 1799, troppo poco perché i cambiamenti fossero significativi; comunque, fu forte di esperienze politiche e carica di speranze per l'avvenire. La popolazione di Rotondella aveva riposto nella Repubblica le speranze di vedere finalmente maggiore equità nella distribuzione dei pesi fiscali, nuove possibilità di lavoro e assicurazione dei mezzi di sussistenza, se non di benessere. Per questo motivo, aveva deciso di resistere al reinstaurarsi del vecchio regime, nonostante la minaccia che gravava; ma, il 28 marzo il Parlamento si dovette infine piegare a ripristinare il governo cittadino secondo le regole del Regno di Napoli. Come effetto immediato, il 29 marzo fu sospeso l'ordine di assalto a Rotondella dietro l'imposizione del pagamento di una forte multa, mille ducati, da consegnare entro le ventiquattr'ore. Per questo pagamento il Sindaco chiese aiuto ai cittadini più agiati, i più interessati ad evitare il sacco: la somma anticipata da ciascuno sarebbe stata scalata dalla tassa intercives, che in seguito si sarebbe imposta per distribuire il peso della multa in modo equo. Fu chiesta ed ottenuta in piccola parte la riduzione della multa; la popolazione si recò a rendere omaggio al Cardinale Ruffo per la riduzione dei pesi fiscali e allo stesso furono denunciati i fratelli Albisinni come giacobini: le loro dimore messe al sacco da parte dei soldati, ai quali si unirono molti della popolazione. Francesco Antonio Tucci, fiaccato dall'esperienza del carcere, lasciò la direzione effettiva della lotta nelle mani di Giuseppe La Guardia e dei fratelli Rondinelli. I fratelli Albisinni rimasero in carcere fino al maggio 1800. Pure tra i Repubblicani morti per opera delle giunte di Stato nominate da Ferdinando IV si trovarono alcuni personaggi della storia di Rotondella. In seguito ai grandi avvenimenti, la monarchia Borbonica doveva riordinare la vita politica ed economica delle province. Di conseguenza, anche in Rotondella giunse il visitatore politico, per una valutazione della popolazione insieme protagonista e succube della rivolta. Alle inquisizioni che si svolsero presero parte attiva i fratelli Albisinni, usciti di carcere, per preparare il terreno alla loro azione successiva. Furono confiscati i beni di molti; La Guardia fu condannato all'esilio e tutti i municipalisti furono incriminati. I rei di Stato condannati furono: Filippo Antonio Benevento, Giuseppe di Nicola La Guardia, Ferdinando Rondinelli, Vincenzo Rondinelli e Francesco Antonio Tucci. Poi, con la denuncia di settantacinque persone da parte degli Albisinni per il complotto ed il saccheggio operato a loro danno, cominciò uno dei più intrigati e capziosi processi presso la Regia Udienza di Matera e la Gran Corte Criminale di Napoli. E' significativo leggere parte di un esposto presentato da parte di tutti gli inquisiti: "I loro concittadini fratelli Albisinni sono stati sempre avvezzi non solo a vivere ma anche a migliorare la loro condizione sulle rovine di quell'Università e dell'intera popolazione, per cui nel passaggio che fece colà l'armata cristiana per lo recupero di questo Regno furono detti Albisinni, per ordine dell'Em. cardinale Ruffo, come rei di Stato, saccheggiati coll'intervento dell'Uditore don Giambattista de Michele e altri da detta armata e quando si credeva che questa disposizione dovesse servire per correggere, se non in tutto almeno in parte, detti Albisinni, costoro si sono resi più orgogliosi e da questo ben meritato castigo hanno preso occasione di maggiormente affliggere questa infelice popolazione" (Montesano 1997, p. 186). La ritrovata relativa quiete è testimoniata dal documento che data la regalizzazione ufficiale di Rotondella al 28 marzo 1799.

Cardinale Ruffo
   
Gli eventi del primo decennio dell'Ottocento, che tanto segnarono il destino del Regno di Napoli, naturalmente fecero sentire ulteriori ripercussioni pure sul centro abitato di Rotondella che soffrì anche a causa della sua posizione geografica, in quanto il bosco di Policoro offriva un buon rifugio ai briganti, sia isolati che in gruppo. La notte del 30 agosto 1807 è tristemente ricordata per essere stata testimone di saccheggi, stupri e violenze di ogni genere da parte della banda di don Nicola Pagnotta che fece irruzione nel paese. Allo scopo di difendersi da altre eventuali scorrerie furono in seguito chiusi i vicoli che davano nelle campagne, utilizzando come mura di cinta del paese i muri esterni delle case periferiche. Per entrare nell'abitato furono lasciate aperte solo quattro porte vigilate, da chiudere la sera. In quel periodo, il malessere sociale in cui viveva il paese probabilmente fu la causa principale della notevole adesione al brigantaggio da parte degli abitanti di Rotondella.

Dopo il 1811, il brigantaggio fu debellato ad opera della spietata azione del Generale Carlo Antonio Manhés, i cui provvedimenti incisero non poco sulla vita economica di Rotondella, che per circa un anno fu inabitabile e quasi deserta. La popolazione sopportò i sacrifici con tenacia e, già nel 1812, la tranquillità pubblica fu ristabilita e le spese militari ridotte a metà. Comunque, per il paese il decennio di dominazione francese non può essere considerato solo negativamente. Con un decreto del 1806 si crearono le Province, a loro volta divise in Distretti e Governi, detti poi Circondari: Rotondella fu assegnata al Distretto di Lagonegro, uno dei quattro della Basilicata, e divenne capoluogo del circondario comprendente Rocca Imperiale, Favale, Colobraro e Tursi.

Nel 1807, a seguito delle leggi napoleoniche riguardanti la soppressione dei conventi, era stato chiuso anche il Convento francescano di S. Antonio da Padova; riaperto nel 1817 con il ritorno dei Borboni nel Regno di Napoli, fu definitivamente soppresso intorno al 1866. Divenire capoluogo portò al mutamento di diversi aspetti della vita cittadina: in quanto sede della giustizia e delle carceri, l'ex convento venne trasformato in sede delle locali prigioni; sul piano occupazionale, si assistette alla creazione di nuovi posti di impiego; l'arrivo dei giudici recò l'innalzarsi del livello culturale (quelli di nomina regia erano molto più preparati di quelli di nomina baronale); sul piano politico, la legge eversiva della feudalità emanata il 2 agosto 1806 dichiarò abolita la feudalità, per cui tutte le giurisdizioni baronali passarono allo Stato e vennero abolite le prestazioni personali che i possessori dei feudi percepivano a qualsiasi titolo dalle popolazioni e dai singoli cittadini.

Per la grave crisi economica, aggravata dal malcontento suscitato dalle misure punitive usate da Ferdinando IV, tanto le finanze dello Stato, quanto quelle delle singole Università erano in dissesto e le campagne agitate. Vennero mandati i visitatori economici per riorganizzare il sistema tributario, ma questo non migliorò certo le condizioni di vita della povera gente. A trarre giovamento da questa situazione furono i Francesi, che con Gioacchino Murat ottennero la citata legge dell'eversione della feudalità. Era del 1806 il decreto che stabiliva le nuove imposte fondiaria e d'industria. Anche a Rotondella si deve formare il catasto su basi nuove: il compito viene assegnato a Giuseppe Mele, ma l'assalto dei briganti nel 1807 incendiò la sua casa bruciando anche le carte della fondiaria. Risolvere il problema della tassazione non risultò cosa semplice da farsi. Il Governo Francese voleva favorire il nascere e lo stabilizzarsi di una piccola borghesia di proprietari proteggendo i coloni: ma, ciò implicava scarso interesse per la classe bracciantile, che era comunque la più numerosa. Per questo, nel 1809 ci si vide costretti a ricorrere a dazi e gabelle per provvedere al pagamento dei pesi fiscali. Vennero fissate le nuove imposte: sulle farine, sulla carne, sul vino (che però non grava sui poveri, per i quali il vino costituiva un genere voluttuario e proibito). La più odiosa fu la tassa sul macinato che colpiva i più miseri. Tra le nuove spese ci fu anche il compenso ai medici per l'assistenza ai poveri.

Nel 1811, molti cittadini disperati lasciarono il centro abitato. Intanto, nello stesso anno, il Governo Francese aveva dato il via alla stesura di quella ponderosa relazione che fu la Statistica del Regno di Napoli, detta anche Statistica Murattiana in quanto voluta da Gioacchino Murat. Per quanto riguarda la Basilicata, è questa una delle relazioni più complete, ricca di notizie dettagliate sullo Stato fisico, Sussistenza e Conservazione della popolazione, Caccia, Pesca, Economia rurale, Manifatture: e quindi, testimonia in modo esaustivo anche l'entità e la qualità di vita degli abitanti di Rotondella e del suo territorio.

Nel 1814 il Sindaco Francesco Antonio Manolio interruppe il mandato per incapacità a governare gli affari pubblici. Con le sentenze della Commissione Feudale molti massari ampliarono il perimetro delle loro colonie ed alcuni braccianti si appropriarono di terre incolte e le dissodarono. La coltivazione del cotone, una volta risolto il problema del canale d'irrigazione, riprese ad essere un prodotto utile anche ai fini del commercio: si esercitava così l'industria casalinga della tessitura e quanto superava il fabbisogno interno veniva venduto fuori.

Se la caduta di Murat non aveva suscitato la paura che potesse ritornare l'oppressione baronale, con l'annullamento delle sentenze delle Commissioni Feudali la situazione politica di Rotondella non fece comunque grandi passi in avanti. La discordia cittadina ed il disagio economico continuavano a crescere, sempre alimentati dai soliti partiti: contro gli Albisinni, oltre ai loro antichi avversari, nel 1814 troviamo anche il trio Fortunato-Mele-Ricciardulli. In questi stessi anni anche l'economia era in difficoltà: a causa della crisi del commercio, il prezzo del cotone era calato insieme a quello del grano. Dal luglio 1816 si aggiunse anche una grande epidemia che mieté molte vittime, specie nell'anno seguente.

Il 13 luglio 1820, in seguito al moto popolare, Ferdinando I concesse la Costituzione e Rotondella divenne luogo di un'accesa lotta politica, che culminò nell'assedio a Palazzo Albisinni il 26 settembre dello stesso anno. Quando l'esercito austriaco entrò in Napoli, in seguito al fallimento del moto politico, il Sindaco Rondinelli riprese le sue funzioni e con queste i suoi piccoli affari a sfavore dei cittadini di Rotondella. Rotondella non era più un paese di soli coloni, abituati a coltivare i loro pezzettino di terra, ma era ormai un centro di massari veri, di un buon ceto borghese e di braccianti ai quali spesso mancava lavoro e, quindi, il necessario per la vita della famiglia.

Oltre alla setta dei Calderari, negli anni 1816-17 anche la Carboneria trovò numerosi adepti in Rotondella e saranno i figli di questi personaggi a rappresentare una novità: nati nel decennio francese e nella prima restaurazione, cresceranno con una mentalità nuova, una maggiore preparazione culturale e un'accresciuta attenzione ai problemi politici. Infatti, saranno gli eroi delle vicende del 1848 proprio coloro che avevano frequentato gli studi universitari a Napoli. Dal punto di vista economico, quelli furono anni molto difficili per Rotondella.

Nel 1844 la carestia e la miseria fecero da sfondo allo sforzo economico richiesto per proseguire i lavori del Camposanto. La massa dei bisognosi cresceva, per mancanza di mezzi i lavori pubblici erano sempre troppo pochi, si lamentava addirittura qualche caso di morte per inedia. Questa situazione fece sì che a Rotondella ci fosse un'attiva partecipazione politica: non solo da parte dei gruppi di media e piccola borghesia, ormai sufficientemente solidi e attivi, ma anche delle masse popolari, spinte dal malessere e dalla miseria. Quando, il 29 gennaio 1848, Ferdinando II annunziò la nuova Costituzione ci fu grande fermento tra i liberali, che trovarono una guida e un incitamento in Girolamo Fauchier, Giudice Regio a Rotondella in quell'anno. Si assistette, così, alla crescita di una nuova consapevolezza politica, non più legata ad interessi particolari ma maggiormente tesa al collettivo. Nel paese risultarono essere in numero considerevole gli iscritti alla Giovane Italia e ad altri movimenti e sette di varia ispirazione.

Con il susseguirsi delle diverse vicende, molte furono le divergenze di idee e nel territorio intorno a Rotondella molti furono i perseguitati a causa del loro pensiero politico. Sempre nel 1848, un certo Vincenzo Amati con numerose personali iniziative giunse perfino a proclamare in paese la Repubblica. In questi anni, si può ben dire che anche a Rotondella, sulla base della speranza di un futuro migliore e più prospero, avvenne il definitivo distacco di tutti i cosiddetti liberali dalla Monarchia Borbonica. Naturalmente, i diversi e complicati intrighi non valsero a salvare da una profonda crisi il paese che, alla vigilia dell'Unità d'Italia, si presentava ancora una volta permeato dai grandi contrasti tra le famiglie più notabili ed il resto della popolazione, sulla quale ricadeva in proporzione il maggior peso delle imposte.
  

 


Le testimonianze preistoriche di frequentazione umana vicino le valli del Fiume Sinni iniziano a datare già dal Paleolitico Superiore (VIII-VII millennio a.C.). Sappiamo che, successivamente, quando le pianure costiere lentamente emergevano dagli immensi acquitrini ai piedi dei boschi lussureggianti che ricoprivano le pendici dei monti, l'uomo aveva già costituito sul territorio i primi stabili insediamenti. Uno dei maggiori assi viari preistorici è stato quello che collegava la zona del Materano con la Calabria percorrendo le dorsali montuose. Questa penetrazione della regione, fin dalla più alta antichità, fu il risultato del confluire di tre diverse correnti di civiltà migratorie: quelle provenienti a nord dalle pianure pugliesi, ad ovest dalle grandi vie fluviali e ad est dalle vie commerciali marittime.
Alla fine del II millennio a.C. dobbiamo riconoscere come preminente al centro della regione la città di Pandosia (l'odierna S. Maria d'Anglona), capitale dei Chaoni, fulcro dei traffici correnti fra l'Apulia e il Bruzio e punto di riferimento dei commerci marittimi del mondo miceneo. La stessa mitologia greca, localizzando in questa zona molti episodi della complicate vicende divine ed eroiche, conferma implicitamente le secolari tradizioni storiche della regione. Fra le altre, pure le diffuse testimonianze del culto delle acque continuate anche durante l'età romana attestano la grande importanza dello sfruttamento delle numerose confluenze fluviali come vie privilegiate di comunicazione con la costa e le popolazioni che potevano giungere attraverso il mare.

Circa un cinquantennio dopo la grande colonizzazione greca achea di Sibari e Metaponto, da elementi ionici ed eolici d'Asia presso la foce dell'omonimo fiume viene fondato il nuovo insediamento di Siri. A differenza delle vicine colonie nate da migrazioni in massa di popolazioni povere e retrograde, il nucleo della nuova città è un'aristocrazia venuta a garantirsi una vita migliore con una nuova proprietà terriera. L'opulenza e il lusso dei Siriti divennero presto celebri ed il suo porto fluviale garantiva un sicuro accesso alle navi lungo queste coste prive di ancoraggi, al centro di un'immensa e fertilissima pianura. Questo stesso sviluppo fu la causa della fine della città, a causa dell'inevitabile urto con le vicine Metaponto e Sibari per la concorrenza commerciale. La coalizione delle vicine città achee determinò la distruzione di Siri tra il 535 e il 530 a.C.

Nel contesto delle mutate condizioni storiche, verso il 433 a.C., ad opera di Taranto e Thourioi avvenne la fondazione di Eraclea, poco più all'interno della vecchia Siri, che ne veniva a costituire lo scalo marittimo. Il nuovo stanziamento, comunque, si insediò su di un precedente centro abitato risalente almeno al VII sec. a. C. La nuova città, anche nei periodi di maggiore sviluppo, fu e rimase un grosso paese di provincia, soddisfatto della sua solida economia agricola, che ben s'inseriva nella fitta ed ininterrotta rete di villaggi che, appoggiandosi alla Litoranea Ionica definitivamente emersa dalle paludi costiere, con l'amplissima zona pianeggiante collegava laboriosamente le falde montane al mare. Con il tempo, però, l'incessante pressione delle popolazioni lucane portarono al lento processo di integrazione dei diversi gruppi etnici e ad una maturità economico-sociale notevolmente evoluta. Nel 317 a.C., dopo una lunga offensiva, i Romani presero possesso della regione. Nello stesso periodo, vennero fortificati i siti strategici dell'antico percorso preistorico attraverso le dorsali montuose. Benché impervio e selvaggio, questo cammino era ancora il più sicuro: per tale motivo è stato sfruttato nei secoli e i suoi punti più alti sono stati utilizzati per l'impianto di postazioni di vedetta e di difesa documentati in età ellenistica, medioevale e normanna, fino all'età moderna.

Accettata più tardi la cittadinanza romana, Eraclea e le altre città del territorio condussero nei secoli una vita prospera e tranquilla: finché, subentrati i latifondi ai piccoli possedimenti fondiari, il successivo abbandono delle campagne determinò il decadimento dei centri abitati dalla conduzione essenzialmente agricola. A partire dalla tarda età imperiale, soprattutto a causa delle invasioni barbariche la regione cadde nel più completo abbandono, accompagnato dall'impaludamento dei fiumi, dall'estendersi degli acquitrini e dei pascoli e dalla spaventosa avanzata della malaria. La dominazione longobarda portò ad un riassetto militare della zona ed alla conseguente fortificazione dei diversi siti strategici (VI sec. d.C.). L'iniziale penetrazione bizantina non condusse ad un sostanziale mutamento delle condizioni di vita, nonostante la più consistente presenza religiosa di carattere cristiano-orientale. La progressiva netta affermazione della presenza dei Bizantini nei paesi dell'antica Lucania portò alla formazione di numerose chiese vescovili e coincise con una discreta ripresa economica e con l'espansione di comunità monastiche di rito greco e Benedettine. Sorsero così vari monasteri (ad es.: Sant'Elia, Sant'Anastasio in Carbone, Santa Maria del Saggittario dei monaci Cistercensi) che divennero punti di riferimento e di promozione sociale e spirituale, incrementando anche le opere di bonifica e di coltura dei territori compresi fra la piana Metapontina e la Valle del Sinni.

Alla fine del IX secolo, la paura per le violente incursioni dei Saraceni portò ad un radicale rinnovamento del Meridione, coll'avvento dall'esterno di eserciti e coalizioni fino a quel momento ritenute impossibili. Fra il IX ed il X secolo le terre della Valle del Sinni vennero spopolate da una serie di eventi luttuosi quali guerre, carestie ed ancor più la peste, per tornare ad essere nuovamente abitate dalle genti greche dalle quali ebbero origine molti comuni della Basilicata. Intanto, col decadere di Eraclea, l'antica Pandosia probabilmente era ridiventata il centro più eminente della zona e, con alterne vicende ed il nuovo nome di Anglona, continuò a dominare l'intero territorio anche in epoca normanna (XI-XII sec.).






Heraclea. Tra gli antichi fiumi Siri ed Aciri, oggi Sinno ed Agri, ed a circa sette chilometri dalla distrutta città di Siri fu edificata dai tarantini Eraclea verso l'anno 313 di Roma o 440 innanzi Cristo, secondo il Mazzocchi, e verso il 433 avanti l'era volgare, secondo il Racioppi questa città sorse presso l'attuale luogo di Policoro, prese nome da Ercole, cui gli eraoleesi prestarono culto singolare, ed un tempo fu chiamata anche Siri . Una moneta arcaica, rinvenuta con l'iscrizione greca Siris- Eracleia e riportata dal Sestini, fa ritenere al Racioppi un'alleanza politica e commerciale e la coesistenza delle due città di Siri ed Eraclea, benchè taccia la storia scritta; e gli fa conchiudere che il 433 innanzi Cristo potè avvenire non la fondazione ma il risorgimento di Eraclea come colonia di Taranto. Però con la stima dovuta all'illustre storico basilicatese io non divido la sua opinione, e ritengo che in quell'anno avvenne la fondazione di Eraclea. Il Racioppi traduce così un brano di Strabone: <>; e traduce così un brano di Diodoro Siculo: <>: dippiù Strabone, trattando di Siri, dice che divenne porto di Eraclea, appenachè questa città fu edificata dai tarantini in distanza di ventiquattro stadii. Laonde, mettendo tutto questo in correlazione, e tenuto anche presente che lo stadio corrispondeva all'ottava parte del miglio attuale, risulta che Siri, privata dei suoi abitanti, dovette andar distrutta dal furore implacabile dei suoi vittoriosi nemici, che per essa avevano dovuto sostenere aspra guerra con Turio, e che, gelosi della passata opulenza sua, non potevano permettere che continuando a desistere, la soggiogata città si rifacesse grande per prendere poi rivincita contro di loro: così presso quelle rovine fu edificata Eraclea, di cui Siri più non esistendo come città divenne porto; nella qual nuova città, popolata e tenuta la colonia di tarantini e turiesi, si rifugiarono i miseri e vinti siresi, rassegnati a rimpiangere la patria loro distrutta. Plinio, scrivendo -Heraclea aliquando Siris vocitata-, volle dire che Eraclea fu qualche volta vociferata col nome di Siri, ed uso la parola vociferata, perchè sembrami che questa parola italiana ben risponda alla latina vocitata che usa il Plinio in vece di vocata: Eraclea dunque fu qualche volta vociferata ma non chiamata col nome di Siri, perchè nel tempo che essa sorgeva a città ebbe necessità di propagare che, nata dalle rovine di Siri, ne era la continuazione, accreditandosi alle volte col nome glorioso della distrutta città, le cui memorie di grandezza non erano affatto spente; ed allora, quando di tale propaganda aveva bisogno per dar credito al suo commercio, dovette battere quella moneta con la doppia iscrizione greca Siris - Eracleia. Infatti le monete sono basi del commercio, e questo gli Eracleesi esercitavano a mezzo del loro vicino porto di Siri: sicchè, mettendo in correlazione la su riferita frase di Plinio con l'iscrizione greca dell'arcaica moneta del Sestini, ne detraggo un'alleanza di nomi a scopo commerciale, ed escludo la coesistenza di Siri ed Eraclea. Da principio Eraclea fu colonia dei tarantini, e poi secondo Livio fu conquistata per odio a Taranto dal re epirota Alessandro Molosso verso l'anno 427 di Roma o 326 innanzi Cristo: il Racioppi, nella dotta sua opera, dice che la città restò sotto il protettorato di Taranto dalla sua fondazione sin verso il 330 avanti l'era volgare; e poi, tolta al protettorato tarentino, pare che non vi sia più tornata e divenne libera: si eresse indi a metropoli di amena e fertile regione, si governò con leggi proprie, ebbe le sue monete che portavano l'effigie del dio Ercole or con la clava or pugnante col leone nemèo, e come sopra ho riferito ebbe il suo porto chiamato Eracleopoli a circa sette chilometri di distanza e nel luogo della distrutta città di Siri. Tra Eraclea e la vicina Pandosia Pirro re d'Epiro, verso l'anno 282 innanzi Cristo, diè presso il fiume Siri la prima battaglia ai romani, i quali come videro comparire gli elefanti del re epirota, animali che essi non conoscevano, s'impaurirono e gettarono in disordine; quindìcimila romani furono uccisi e Pirro vinse; ma dopo la battaglia, visto che aveva perduto tredicimila soldati suoi, esclamò: -con altra vittoria come questa, io dovrò tornarmene solo in Epiro-. Eraclea secondo Cicerone avanti l'era volgare col console romano C. Fabrizio, e verso l'anno 542 di Roma corrispondente al 211 innanzi Cristo passò alla devozione di Annibale più per timore che per volontà; il 663 di Roma, cioè il 90 innanzi l'era cristiana, preferì la sua autonomia alla cittadinanza romana, ed il 691 di Roma cioè il 62 avanti l'era volgare, Cicerone lodò Eraclea como -civitas equissimo iure ac foedere-; infine la segnò come ancora esistente Plinio verso l'anno 77 di Cristo. Ma Eraclea soffrì incendio nel tempo della guerra sociale, vide distrutte secondo Cicerone le tavole delle sue leggi, e da allora deperendo di anno in anno perdè le sue ricchezze ed il suo splendore; poi esausta di danaro non potè più disciplinare le acque dei fiumi Agri e Sinni, le quali abbandonate a loro stesse corrosero ed inondarono le sue terre, i canali irrigatorii e gli altri corsi d'acqua non più regolati nel suo territorio vi formarono stagni e paludi, e resero l'aria malsana miasmatica e micidiale; sicchè la popolazione, perseguitata dalle febbri e dall'orrore della morte, fugi in massima parte da quei luoghi pestilenziali che un tempo erano tanto ameni e felici.
Ed Eraolea, una delle principali città della magna grecia tenuta in considerazione anche dalla potenza dei romani; Eraclea, le cui monete numerose e bellissime ci attestano la ricchezza l'arte e la civiltà sua; Eraclea, patria del sommo pittore Zeusi, nelle cui mura tra costui e Parrasio avvenne la celebre gara che ho riferito già precedentemente; Eraclea cadde e finì, lasciando alla nostra Italia il suo nome, monumento imperituro di gloria e di grandezza.



La Lucania. Seconda Parte.

Molti insediamenti, risalenti all' VIII-VII sec. a.C., sono stati ritrovati nelle aree interne del Vallo del Diano e della Val D'Agri, ricche e numerose necropoli nelle quali è stato possibile rintracciare le fila di quella sostanziale unità etnica di cui parlavamo precedentemente: utensili in argilla ben depurata con disegni geometrici a tenda, ceramica enotria, armi e accessori - connotazioni distintive dei guerrieri-, oggetti e "parures" femminili che caratterizzavano lo status principesco di alcune donne della società del tempo.














Con gli scavi condotti ad Alianello, Armento, Roccanova, Incoronata, Cozzo Presepe, Pisticci e Serra di Vaglio, emerge come proprio la Lucania interna, in questa fase, si caratterizzi quale importante crocevia di ethnos diversi, così come evidenzia la diffusione di oggetti di lusso, di chiara matrice etrusca, e l'affermazione dei costumi e dell'organizzazione sociale ellenica (adozione dell'armamento greco e comparsa della figura del cavaliere).

Questa convergenza di culture si imprimerà nel sostrato indigeno "enotrio", creando condizioni di civiltà ed impulsi di progresso inusitati, come ampiamente dimostrano i ritrovamenti dell'area del Melfese e quelli di Serra di Vaglio. Qui, in particolare, la presenza di un imponente santuario (l'area sacra di Braida), dalle caratteristiche strutturali e stilistiche molto evolute, e di grandi edifici decorati nello stile Metapontino e Poseidoniate , testimoniano di una realtà civile e sociale molto ben strutturata e certamente mediata dalle mature esperienze delle due città costiere.

Altro nodo importante, come dicevamo, era costituito dall'area del Melfese che, grazie al fiume Ofanto, incrociava importanti itinerari di scambi. Una conferma di questa facilità e continuità di rapporti arriva dagli scavi effettuati nelle grandi necropoli di Pisciolo e Chiuchiari e in quelle di Ruvo del Monte dove, i ricchi corredi funerari, presentano i segni e le influenze del mondo daunio ( i vasi riccamente decorati), di quello etrusco (vasi e candelabri in bronzo) e di quello greco (le coppe ioniche e vasi di imitazione locale).

Fra il VI ed il V sec. a.C. però, questo ipotizzabile equilibrio tra coloni greci ed "enotri" viene intaccato, provocando una trasformazione improvvisa nel quadro territoriale della Basilicata dove alcuni degli insediamenti più fiorenti, ricaduti nel raggio delle chorai greche, scompaiono (l'Incoronata e S. Maria di Anglona), mentre altri, soprattutto nelle zone più interne della regione, si fortificano presentando una loro evoluta strutturazione interna. È quanto avviene a Pisticci, Ferrandina, Montescaglioso, Timmari, Garaguso, Ripacandida e Satriano, dove si costruiscono sia le prime cinte fortificate che alcuni importanti santuari, ubicati presso le sorgenti e prevalentemente votati a divinità femminili. Questa trasformazione interna si colloca in un quadro storico estremamente movimentato che, sul finire dell'età arcaica, vede gran parte dell'Italia e dei suoi gruppi etnici coinvolti in una moltitudine di conflitti ed avvicendamenti, che avrebbero azzerato e riformulato gli equilibri territoriali costituitisi fino a quel momento.



Le ostilità si aprono tragicamente nel 510 a.C. con la distruzione di Sibari per mano dei Crotoniati, un avvenimento che trasformerà radicalmente le sorti economiche dell' area della Magna grecia che perdeva, così, la città più rappresentativa. Con Sibari, di fatto, si distruggeva un'esperienza politica a forti coloriture democratiche alla quale si opponeva, vittoriosamente, il modello pitagorico di Crotone, ispirato ad un acceso conservatorismo. Ma se la città fu distrutta, provocando nuovi equilibri nella gestione dei traffici sul Mediterraneo, le spinte democratiche, invece, le sopravvissero determinando quei movimenti antioligarchici che tanto avrebbero inciso nella ristrutturazione della società del tempo; lo stesso Pitagora venne poi esiliato finendo i suoi giorni a Metaponto.

 
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