Gli eventi del primo decennio dell'Ottocento, che tanto segnarono il destino del Regno di Napoli, naturalmente fecero sentire ulteriori ripercussioni pure sul centro abitato di Rotondella che soffrì anche a causa della sua posizione geografica, in quanto il bosco di Policoro offriva un buon rifugio ai briganti, sia isolati che in gruppo. La notte del 30 agosto 1807 è tristemente ricordata per essere stata testimone di saccheggi, stupri e violenze di ogni genere da parte della banda di don Nicola Pagnotta che fece irruzione nel paese.
Allo scopo di difendersi da altre eventuali scorrerie furono in seguito chiusi i vicoli che davano nelle campagne, utilizzando come mura di cinta del paese i muri esterni delle case periferiche. Per entrare nell'abitato furono lasciate aperte solo quattro porte vigilate, da chiudere la sera.
In quel periodo, il malessere sociale in cui viveva il paese probabilmente fu la causa principale della notevole adesione al brigantaggio da parte degli abitanti di Rotondella.
Dopo il 1811, il brigantaggio fu debellato ad opera della spietata azione del Generale Carlo Antonio Manhés, i cui provvedimenti incisero non poco sulla vita economica di Rotondella, che per circa un anno fu inabitabile e quasi deserta.
La popolazione sopportò i sacrifici con tenacia e, già nel 1812, la tranquillità pubblica fu ristabilita e le spese militari ridotte a metà.
Comunque, per il paese il decennio di dominazione francese non può essere considerato solo negativamente.
Con un decreto del 1806 si crearono le Province, a loro volta divise in Distretti e Governi, detti poi Circondari: Rotondella fu assegnata al Distretto di Lagonegro, uno dei quattro della Basilicata, e divenne capoluogo del circondario comprendente Rocca Imperiale, Favale, Colobraro e Tursi.
Nel 1807, a seguito delle leggi napoleoniche riguardanti la soppressione dei conventi, era stato chiuso anche il Convento francescano di S. Antonio da Padova; riaperto nel 1817 con il ritorno dei Borboni nel Regno di Napoli, fu definitivamente soppresso intorno al 1866.
Divenire capoluogo portò al mutamento di diversi aspetti della vita cittadina: in quanto sede della giustizia e delle carceri, l'ex convento venne trasformato in sede delle locali prigioni; sul piano occupazionale, si assistette alla creazione di nuovi posti di impiego; l'arrivo dei giudici recò l'innalzarsi del livello culturale (quelli di nomina regia erano molto più preparati di quelli di nomina baronale); sul piano politico, la legge eversiva della feudalità emanata il 2 agosto 1806 dichiarò abolita la feudalità, per cui tutte le giurisdizioni baronali passarono allo Stato e vennero abolite le prestazioni personali che i possessori dei feudi percepivano a qualsiasi titolo dalle popolazioni e dai singoli cittadini.
Per la grave crisi economica, aggravata dal malcontento suscitato dalle misure punitive usate da Ferdinando IV, tanto le finanze dello Stato, quanto quelle delle singole Università erano in dissesto e le campagne agitate.
Vennero mandati i visitatori economici per riorganizzare il sistema tributario, ma questo non migliorò certo le condizioni di vita della povera gente.
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